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Śaṅkara - brani
Inviato: 29/01/2017, 20:01
da seva
Il primo passo iniziatico da compiere è quello di riconoscere sé stessi quale espressione simbolica dell'Assoluto che è in noi, oltre la semplice e inerte formalità e corporeità, e vivere tale "nuova" realtà nel semplice non-ostruire la propria luce interiore; l'Essere, infatti, non può che "irraggiare" sé stesso.
Non indagine analitica, dunque, la quale mira a identificare forme con altre forme, bensì abbraccio sintetico della totalità in sé, il quale volge alla comprensione della suprema Identità.
La ricerca mentale investigativa, analitica, ecc. conduce all'identificazione, e questa non è che sovrapposizione di rappresentazioni mentali in genere e formali in ispecie; non investe l'essenza delle cose perché questa è oltre il dominio della rappresentazione, ma permane nell'ambito della conoscenza inferiore, sensoriale, raffigurativa e concettuale che, per sua natura, è parziale: costituisce, dunque, l'attingimento di gradi di verità, o verità parziali.
Śaṅkara Sarva - Vedanta - Siddhanta - Sarasangraha - La Sintesi della Verità del Vedanta XXIV -
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Re: Śaṅkara - brani
Inviato: 31/01/2017, 16:30
da seva
Obiezione: Orbene, se il jīva è mera parvenza riflessa, si riduce ad essere soltanto una illusione e, ugualmente, per lui lo saranno anche il mondo successivo e questo mondo, ecc. [compresi i mezzi per ottenerli].
Risposta: Questo difetto non sorge, poichè si riconosce la reale natura di quello [cioè del jīva] in quanto Essere. Tutto ciò che è nome e forma e viene all'esistenza come modificazione è reale proprio in quanto è Essere, mentre di per sè è affatto non-reale poichè è stato detto: "... in quanto ogni modificazione deve la sua origine solo alla parola ed è mera denominazione" (Chandogya 6.1.4). Così è anche il jīva. E' ben noto il detto: 'in verità l'omaggio deve essere adeguato alla divinità' *. Quindi tutti i fenomeni di ordine empirico e tutte le modificazioni posseggono una loro natura di realtà in quanto sono Essere: a tale riguardo i razionalisti non ci possono imputare il difetto secondo cui [il jīva], essendo altro dall'Essere, ha natura non-reale, come invece continuano ad affermare i dualisti, le cui teorie si contraddicono reciprocamente consistendo solo in fantasticherie prodotte dalle loro menti ed essendo perciò fondate su ciò che è privo di realtà**.
Chandogya Up. con il commento di Shankara, VI,III,2
ed. Asram Vidya
* Come ogni deva esprime un suo proprio grado di potere divino in funzione del livello spirituale di cuolui che lo adora, per cui l'omaggio che questi gli rivolge è commisurato a tale natura, così ogni ente possiede un grado di realtà essenziale quale aspetto dell'Essere mentre, come entità individuata, è mera apparenza non-reale in quanto il nome e la forma che lo definiscono non avrebbero di per sè alcuna esistenza indipendentemente dall'Essere.
** L'Essere è "uno senza secondo" ma può riflettersi in una illimitata molteplicità attraverso la sua intrinseca capacità: il potere della māyā. Come apparenza, ogni riflesso sembra dotato di movimento, divenire, ecc., ma questi attributi competono ai veicoli, alle sovrapposizioni, alle condizioni, ecc., e non toccano il Sostrato unico, sempre immobile ed eternamente identico a se stesso. Ogni teoria dualista, misconoscendo l'Unità assoluta che sottosta alla totalità e alla stessa possibilità e ne permette l'esistenza, si fonda su postualti mutuamente contraddittori proprio perchè scaturienti da prospettive parziali e limitate e, pertanto, non rispondenti alla vera natura dell'Essere di là da ogni condizione, divisione o limitazione.